Se vi chiedessi di nominare un marchio umbro, probabilmente pensereste subito a Brunello Cucinelli. Ma è solo la punta dell’iceberg.
Per capire cosa si nasconde dietro questo prestigio, dobbiamo tornare a un patrimonio che comincia con una tovaglia.


Le tovaglie perugine erano tessuti di lino decorati con caratteristici motivi blu.
Erano abbastanza preziose da circolare tra chiese e case benestanti in tutta Europa nel Medioevo, da figurare nell’inventario della dote di Caterina de’ Medici e da comparire nei dipinti di artisti tra cui Giotto, Ghirlandaio e Leonardo da Vinci.
Eppure la tessitura rimase soprattutto nelle case rurali e nei conventi, dove le donne ne tennero vive le tecniche.

C’è una distanza curiosa tra queste due immagini: un tessuto ammirato in tutta Europa e una donna che tesse in una stanza che il mercato aveva quasi smesso di vedere.
E se quel sapere fosse uscito di casa?

Nel 1908 Alice Hallgarten Franchetti e suo marito Leopoldo fondarono Tela Umbra a Città di Castello. Alice aveva visto le donne tessere nelle case di campagna. La capacità esisteva già. Lei contribuì a creare un luogo in cui potesse diventare lavoro organizzato.
Un dettaglio dice molto di ciò che aveva capito: nel laboratorio c’era una piccola scuola dove i bambini potevano studiare mentre le madri lavoravano. L’innovazione stava anche nelle condizioni intorno al telaio. Le donne dovevano poter essere lì.
Nel 1921 Giuditta Brozzetti aprì a Perugia un laboratorio-scuola di tessitura. Recuperò i disegni storici umbri, ma il laboratorio non rimase fermo al momento della fondazione. Sua figlia Eleonora sviluppò tessuti per l’abbigliamento. Clara studiò l’iconografia delle tovaglie perugine. Oggi Marta Cucchia porta quelle tecniche nei tessuti per gli interni contemporanei.

Ciò che mi interessa di questa storia è che ogni generazione ha trovato una nuova strada creativa per ciò che aveva ereditato. I motivi sono sopravvissuti perché queste donne hanno continuato a lavorarci.
Poi la storia prende una piega che comincia, sorprendentemente, dal cioccolato.
Luisa Spagnoli era già nota per il suo lavoro alla Perugina quando, alla fine degli anni Venti, iniziò a sperimentare con l’angora.
Scelse la pettinatura periodica invece della tosatura, selezionò e mescolò fibre di conigli di età diverse e cercò di ottenere un filato più fine e uniforme. I primi esperimenti si appoggiarono all’abilità nella filatura di sei o sette donne che lavoravano anche alla Perugina.
Qui il cambiamento era nel materiale e in ciò che se ne poteva fare. Luisa vide una possibilità nell’angora, capì quali competenze servivano per svilupparla e portò quelle donne in una nuova forma di produzione.
Luisa morì nel 1935, prima che l’attività diventasse una grande impresa industriale. Fu suo figlio Mario a guidarne l’espansione. Ma il sapere sviluppato intorno all’azienda non rimase al suo interno.
Luisa Spagnoli · Dall’angora alla maglieria



È qui che il legame con il cashmere diventa più concreto. Soliera, che si era formata alla Luisa Spagnoli, fondò poi con il marito un’impresa di maglieria. Quell’impresa divenne Panicale Cashmere. Anche Iside Bellucci lavorò con l’azienda Luisa Spagnoli prima di fondare Carloni Maglierie con il marito.
La tovaglia di lino non si è trasformata in un maglione di cashmere. Sono cambiati materiali, tecniche e imprese. Ma le donne hanno continuato a trovare modi per portare un sapere oltre il luogo in cui l’avevano appreso: in un laboratorio, in un prodotto diverso o in un’azienda propria.

Ed è qui che la storia diventa più grande di alcune donne eccezionali.
Nello stabilimento di maglieria del Gruppo Prada a Torgiano, le donne rappresentavano il 72% del personale secondo i dati presentati dall’azienda nel 2024. È un dato su una fabbrica, non su tutte le imprese umbre. Eppure riporta la domanda al presente.

Quando ammiriamo la reputazione di un territorio per il suo saper fare, quanto del lavoro che la sostiene vediamo davvero?
Spesso raccontiamo la moda italiana attraverso il nome di uno stilista, e gli stilisti contano. Ma la cifra di 821 milioni di euro racconta la storia di un’intera regione che lavora nell’ombra e di cui normalmente dimentichiamo perfino l’esistenza. Forse è la parte più preziosa.
